Nelle pieghe della manovra finanziaria, fra nuovi balzelli, superbolli e accise, si cela anche una mossa che rischia di azzerare una delle pochi fonti di risparmio per i malcapitati automobilisti italiani: la cancellazione della proposta di legge di liberalizzazione dei prezzi dei carburanti.
La regolamentazione dell’apertura dei distributori spetta al momento alle Regioni, le quali in alcuni casi hanno posto veri e propri ostacoli all’apertura delle cosiddette pompe bianche, ovvero di quegli impianti che nascono al di fuori del circuito dei grandi produttori petroliferi. Emblematico è il caso dell’Emilia Romagna dove per ottenere l’autorizzazione all’apertura di un impianto il gestore è costretto a prevedere l’erogazione anche di GPL e metano.
Con l’ultima mossa, di fatto, il governo fa un favore ai grandi gruppi (Eni in testa) che da sempre si oppongono ai gestori low cost, in quanto i prezzi sensibilmente più bassi praticati da impianti no-logo producono effetti distorsivi della concorrenza (sigh!).
In pratica le grandi case ribaltano il concetto stesso di mercato, sostenendo che un concorrente più conveniente arreca "un grave pregiudizio alla concorrenza nell’area in cui opera". Nella realtà difendono le gravissime inefficienze distributive che hanno (co) generato in Italia i prezzi più alti del mondo.
Qualche mese fa l’Istituto Bruno Leoni, a firma Carlo Stagnaro, ha pubblicato un pregevole studio sul perché il prezzo dei carburanti nel nostro Paese è così pesante.
Ebbene, il prezzo che paghiamo al distributore è la somma di 4 componenti, i quali hanno differenti pesi:
1. La quotazione Platts, frutto dell’incontro di domanda e offerta, che incide per un 35%
2. Le accise, che grazie agli ultimi 4 ritocchi fatti fra aprile e luglio hanno superato il 55%
3. L’IVA che grava non solo sul prezzo della materia prima ma anche sulle accise
4. Il margine per i petrolieri che gravita attorno al 10%
Su quali leve si potrebbe agire politicamente per abbassare il prezzo dei carburanti?
Non certo sulla quotazione Platts, non almeno in via diretta, perché essa dipende da fattori che sono in larga parte fuori dal controllo di governo (offerta, domanda, criteri di approvvigionamento del petrolio grezzo);
Sperare che ci sia in un prossimo futuro un abbattimento delle accise è utopistico se consideriamo che oltre a pagare le nuove addizionali stiamo ancora pagando la guerra di Abissinia e la crisi del canale di Suez;
Idem per l’Iva che semmai potrebbe essere solo innalzata;
Il margine dei petrolieri è cosa privata e quindi non è pensabile chiedere loro un sacrificio.
Rimane una sola ipotesi: liberalizzare il sistema distributivo, attuando una seria politica di concorrenza e imporre, grazie al mercato, una razionalizzazione della distribuzione degli impianti che sono troppi, mal distribuiti e soprattutto legati al reddito che deriva dalla esclusiva vendita di carburanti e non anche di altri prodotti.
Occorre ricordare che quando vigeva il regime dei prezzi imposti, l’unica modo per i petrolieri per vendere di più era quello di essere maggiormente presenti sul territorio. Una strategia di more sellers than buyers che oggi scontiamo per intero.
E’ tempo che questa strategia venga ribaltata, altrimenti non ci sarà fine al caro carburanti.
A Roma i nostri politicanti che viaggiano in auto blu a nostre spese ne sono coscienti?


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